ATTIVITA' DI RICERCA - 2005-2008
Nel triennio la mia attività scientifica si è volta ad approfondire l’analisi di quel percorso di pensiero che ha condotto l’economia a costituirsi come scienza facendo riferimento al modello delle scienze della natura. L’obiettivo è stato quello di individuare gli elementi essenziali di tale costituzione e di valutarne i punti di forza e di debolezza. La ricerca ha quindi avuto aspetti a carattere storico, teorico e metodologico.
Nel percorso che va dalla nascita dell’economia come disciplina autonoma agli attuali modelli di equilibrio economico generale, tre sono i momenti di particolare rilevanza. Il primo è l’atto stesso di definizione dell’economia come disciplina autonoma dalle “scienze morali”. Il secondo è costituito dalla “rivoluzione marginalista” del 1870-71, dove si specifica che per l’economia il modello di riferimento è costituito dalla meccanica e dall’astronomia. Il terzo infine va individuato nella “svolta ordinalista” degli anni ’30, quando, con L. Robbins, l’economia viene definita con riferimento alla logica della scelta individuale e le problematiche attinenti all’efficienza economica – di interesse della “scienza” – sono state rigorosamente separate da quelle dell’equità distributiva.
Il discorso è piuttosto complesso in quanto, a mio avviso, la nascita e lo sviluppo in senso formale delle discipline economiche non possono essere compresi solo facendo riferimento alle problematiche interne alla disciplina. Fin dall’Illuminismo, infatti, il dibattito sul metodo nelle scienze sociali si sviluppa in stretto rapporto con il dibattito sul metodo da seguire per il progresso delle scienze in genere. Negli anni ’30 inoltre, dopo aver sostanzialmente assorbito la “rivoluzione marginalista”, le discipline economiche si trovano nella posizione di poter offrire un modello di scienza sociale che si avvicina al modello in uso nelle scienze della natura, cosicché la questione del metodo in economia ha una sua rilevanza anche rispetto al dibattito interno al Circolo di Vienna sul metodo unico nelle scienze.
Alla base di queste questioni metodologiche vi è il problema, lungamente discusso in filosofia e in filosofia della scienza, della natura della “legge” scientifica e del rapporto tra linguaggio scientifico e realtà. Nell’ambito del neopositivismo quest’ultimo tema è connesso alla critica della sensatezza delle proposizioni del linguaggio comune avanzata da Wittgenstein e quindi all’idea che, per affrontare questioni a carattere scientifico, sia necessario sviluppare un “linguaggio ideale” che risulti privo delle ambiguità del linguaggio comune. Più a fondo, alla radice di queste questioni vi sono problematiche attinenti al funzionamento del pensiero umano.
Le tematiche qui sommariamente richiamate non compaiono direttamente all’interno del dibattito sul metodo in economia. Esse però, a mio avviso, sono essenziali per comprendere l’evoluzione delle discipline economiche in senso formale fino all’approdo ai modelli di equilibrio economico generale, dove il sistema economico è rappresentato come pura struttura matematica. Lo studio di esse risulta quindi irrinunciabile.
L’economia si costituisce come scienza con la fisiocrazia formulando una tesi per la quale la libertà economica può costituire l’elemento fondante “dell’ordine naturale ed essenziale della società”. L’economia sarebbe cioè quella disciplina che individua i principi su cui tale ordine può essere costruito. Come è noto, l’obbiettivo dei fisiocratici è quello di ancorare il governo della società - nella fattispecie le politiche del despota illuminato - a dei principi primi immediatamente evidenti riguardanti la libertà di commercio, la proprietà, la tassazione, onde eliminare negli atti di governo ogni arbitrio nocivo alla stabilità sociale. In quanto riferite ad un ordine naturale della società, le “leggi” economiche individuate dai fisiocratici avrebbero così una valenza oggettiva simile alle leggi della natura non umana.
Attorno alla metà del Settecento, quando i fisiocratici formulano le proprie tesi, l’Illuminismo francese si era distaccato dal cartesianesimo per abbracciare quel metodo di ricerca basato su ragione ed esperienza che veniva considerato l’elemento fondamentale della sintesi newtoniana. Il metodo di Newton, infatti, si era venuto a costituire come metodo del pensiero in genere, valido quindi anche per lo studio dei fenomeni sociali. Ma la questione del rapporto tra metodo scientifico e nascita dell’economia è più complessa. Nell’ambito dell’Illuminismo i fisiocratici si collocano infatti in una posizione che può essere considerata più vicina al deduttivismo cartesiano che a Newton: i principi dell’ordine naturale della società da loro individuati non sono presenti nella realtà sociale, ma sono dedotti dall’idea che, come per la natura, anche per la società Dio ha provveduto ad un sistema ordinato. Quest’ordine quindi non è osservato, piuttosto è scoperto dalla ragione sulla base di una “evidenza” - per usare un termine da essi spesso usato - che non è nei fatti ma nella chiarezza dei principi stessi, cosicché, rispetto all’Illuminismo nel suo insieme, F. Diaz osserva una “inversione del principio motore”:
[1] la ragione non appare come strumento di progresso ed emancipazione dall’oscurantismo religioso, piuttosto essa individua alcune presunte leggi dell’ordine sociale come istituite da Dio che giustificano la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e una concezione della libertà intesa come solo godimento dei diritti di proprietà nella loro interezza.
Si potrebbe osservare che sul piano della scienza l’economia nasce già vecchia, mentre sul piano delle scelte politiche nasce strutturalmente reazionaria. Si tratta quindi di verificare come questi nodi si sono ripresentati e come siano stati affrontati nel corso dell’evoluzione della disciplina fino alla forma attuale.
Tra la rivoluzione marginalista e la “svolta ordinalista” degli anni ’30 l’economia assume una conformazione all’interno della quale il riferimento all’astronomia e alla meccanica viene a costituirsi come riferimento metodologico essenziale. Ora le problematiche a carattere storico, sociale ed istituzionale, che nelle riflessioni degli economisti “classici” erano assolutamente centrali, sono sullo sfondo o non sono affatto considerate. Walras ben si esprime riguardo al progetto di costruire l’economia sul modello delle scienze della natura:
“l’ora più decisiva della mia vita suonò una sera dell’estate del 1858 quando, durante una passeggiata, mio padre si rivolse a me affermando con grande energia che il secolo diciannovesimo aveva ancora due grandi compiti da portare a compimento: terminare di creare la storia e cominciare a creare la scienza sociale (…) Il secondo punto era stato di suo interesse tutta la vita. Fu allora che gli promisi di lasciare la letteratura e la critica d’arte per consacrarmi interamente alla continuazione della sua opera”.
[2]
“L’astronomia di Keplero e la meccanica di Galileo hanno impiegato da cento a centocinquanta o duecento anni per diventare l’astronomia di Newton e di Laplace e la meccanica di d’Alembert e di Lagrange. Ora, è passato meno di un secolo dalla pubblicazione dell’opera di A. Smith ed i tentativi di Cournot, di Gossen, di Jevons e mio. Siamo stati, dunque, al nostro posto e abbiamo assolto il nostro compito”.
[3]
La questione è quindi di valutare se una disciplina che si propone di analizzare un aspetto centrale della realtà sociale possa eliminare la storia e sostituire ad essa una “scienza” concepita sul modello delle scienze della natura. Inoltre, dato che questa eliminazione è stata sostanzialmente compiuta, si tratta di verificare se oggi l’economia possa affermare di essere in grado di rispettare i criteri di scientificità che valgono per le scienze della natura non umana.
Poste queste problematiche a carattere generale, nel triennio la mia attività di ricerca si è orientata verso l’approfondimento di alcune questioni a carattere più specifico, in particolare verso lo studio della valenza scientifica di alcuni elementi cardine interni alla teoria economica, elementi che si sono appunto costituiti nella prospettiva di avvicinare gli studi di economia al modello delle scienze della natura non umana. Posso sintetizzare come segue alcune di queste questioni.
Anzitutto ho ripreso una tesi da me in precedenza formulata relativa al criterio di efficienza di Pareto, per la quale esso non è, come vorrebbe Robbins, un criterio scientifico necessario per eliminare giudizi di valore e distinguere ciò che appartiene alla scienza da ciò che non vi appartiene, ma è la definizione del rapporto sociale di mercato. Ora, se il criterio di efficienza che definisce la scientificità della disciplina è la definizione logica di un rapporto sociale - come tale storicamente determinato e specifico di alcuni ambiti di comportamento - ne segue l’insostenibilità della tesi per la quale l’economia, accogliendo questo criterio, avrebbe assunto un carattere neutrale e si sarebbe avvicinata alle scienze della natura non umana. Essa invece rimane comunque una disciplina sociale, e, come tale, va ancorata ad un contesto di ricerca dove storia, istituzioni e cultura sono centrali e non possono essere cancellati o subordinati ad una logica che non gli appartiene. Sottrarre il dibattito al confronto con questi ambiti per ingabbiarlo, in nome della scienza, all’interno di questioni attinenti la coerenza analitica, oppure proporre un dominio delle discipline economiche sulle altre discipline sociali in nome della maggiore vicinanza dell’economia al metodo in uso nelle scienze della natura, è quindi un’operazione del tutto arbitraria.
In secondo luogo ho ripreso una tesi da me già formulata circa il carattere tautologico di alcune proposizioni assunte dalla teoria economica come proposizioni scientifiche
[4]. Posto il carattere tautologico di queste proposizioni, si è trattato di approfondire come nel primo Wittgenstein e quindi all’interno del Circolo di Vienna sia stata discussa la questione del valore conoscitivo delle tautologie. Dall’analisi svolta è risultato evidente che le proposizioni tautologiche non possono essere considerate verità scientifiche
[5]. L’analiticità può essere solo uno strumento per verificare la coerenza logica di costruzioni teoriche o di modelli che comunque devono essere posti al vaglio dei fatti, e mai, nella scienza, la coerenza logica può di per sé costituire il fondamento di una teoria.
[6]
In terzo luogo, anche come conseguenza dei problemi qui sommariamente richiamati, la mia ricerca si è andata orientando verso una tesi per la quale, in realtà, le discipline economiche si configurano come un’antropologia e non come una scienza nel senso proprio delle scienze della natura non umana. Questa antropologia, in quanto riferita alla realtà e alla socialità umana, andrebbe quindi valutata e discussa nei suoi fondamenti per quello che è, e non facendo invece riferimento ad un concetto di “legge” scientifica e ad un modello di neutralità della scienza ripresi dalle scienze della natura, che peraltro non è neanche in grado di rispettare. È in quest’ultima prospettiva che i miei interessi di ricerca si sono incontrati con quelli di ricercatori di altre discipline, assieme ai quali sono stati individuati specifici approfondimenti.
Per concludere, la critica ad alcuni fondamenti delle discipline economiche, che in ambito accademico mi ha quasi condotto all’espulsione dall’università, recentemente ha trovato accoglienza e si va approfondendo grazie anche alla collaborazione con studiosi di altre discipline. Tre saggi, conclusi nel triennio ma che raccolgono i risultati del lavoro svolto nel periodo precedente, sono stati pubblicati in una rivista di psichiatria,psicoterapia e scienze umane, “Il sogno della farfalla” (Marx 1943. Una critica mancata, n. 1, 2007. Religione ed economia: alle origini del capitalismo moderno, n. 4, 2007. I mostri della ragione: lo stalinismo, n. 4, 2008). Attualmente, in collaborazione con altri ricercatori, sto lavorando alla stesura di un saggio più specifico di critica interna all’economia neoclassica (Efficienza paretiana in presenza di esternalità: una critica teorica e metodologica).
Note
[1] F. Diaz, Filosofia e politica nel settecento francese, Einaudi, Torino 1962, p 390.
[2] B. Ingrao, G. Israel, La mano invisibile, Laterza, Bari 2006, p. 78 (corsivo mio).
[3] Ivi, p. 80.
[4] Nello specifico mi riferisco alla tesi per la quale in condizioni perfettamente concorrenziali si avrebbe l’efficienza del mercato (primo teorema dell’economia del benessere), e alla tesi per la quale, anche in presenza di esternalità, con assenza di costi transattivi e perfetta informazione il mercato sarebbe ancora efficiente nel senso di Pareto (teorema di Coase).
[5] Quest’argomento è alla base della tesi di Popper per la quale le proposizioni non falsificabili non fanno parte della scienza. La tautologia, infatti, in quanto proposizione sempre vera, non fornisce alcuna effettiva informazione sulla realtà.
[6] La questione è assai complessa e posso qui definirne a grandi linee solo la problematica generale. Il confronto tra l’uso dello strumento analitico in economia e nelle scienze della natura costituisce, infatti, uno dei punti su cui è in corso uno specifico approfondimento. L’analiticità dunque, di cui la matematica è lo strumento principale, di per sé è tautologica. Il carattere tautologico della matematica è stato infatti riconosciuto da Leibnitz e poi, contro la tesi di Kant, in modo più preciso da Frege. Essa perciò è solo uno strumento per verificare la coerenza interna di una teoria o di una proposizione, oppure per seguire le conseguenze logiche di determinati presupposti. In fisica, ad esempio, la matematica può esplorare le conseguenze ultime di determinati principi: dalla costanza della velocità della luce si deduce la teoria della relatività ristretta e quindi alcune proprietà della natura. Oppure si possono introdurre delle ipotesi, da cui discendono delle conclusioni la cui verifica può costituire una conferma dell’ipotesi stessa: dalla natura corpuscolare o ondulatoria della luce, o da certe ipotesi sulla composizione della materia, discendono delle conseguenze che possono essere sperimentalmente verificate e che portano a quindi a confermare o smentire l’ipotesi iniziale. In economia invece troppo spesso non è chiaro se si introducono delle ipotesi per valutarne la fondatezza tramite la verifica empirica, o se invece esse costituiscano dei principi primi evidenti da cui dedurre logicamente determinate conseguenze. Questa mancanza di chiarezza sul significato delle ipotesi ha condotto ad una situazione dove la coerenza analitica finisce per essere l’unico o il principale riferimento per la validità della teoria. Nello specifico, per fare un esempio, che valore ha l’ipotesi che il comportamento individuale sia razionale e massimizzante? È un principio primo del comportamento umano presente in ogni tempo e luogo di cui, come per la gravità o per la costanza della velocità della luce, si studiano le logiche conseguenze, oppure è un’ipotesi di cui si cerca la verifica empirica? Qual è, per fare un altro esempio, il valore scientifico dei modelli di equilibrio economico generale di Arrow e Debreu che riducono l’economia a pura struttura matematica? In che modo questi modelli stabiliscono un rapporto con la realtà?
ATTIVITA’ DI RICERCA 2003-2005
L’attività di ricerca da me svolta nel triennio 2003-2005 si è incentrata sul problema del processo di formazione delle discipline economiche nell’ambito del pensiero politico e filosofico moderno. L’asse delle ricerche è rimasto ancorato all’osservazione relativa al carattere tautologico della proposizione che sostiene la coincidenza tra efficienza paretiana ed efficienza dell’ordine di mercato, osservazione che già in precedenza mi aveva consentito di affermare che l’economia neoclassica non poteva essere discussa sul piano della scienza ma piuttosto andava intesa come “scienza morale”, possiamo dire, con riferimento a Kant, come “ragion pratica”. Ora, svolgendo ulteriormente quel tema di ricerca, il fatto che la conoscenza possa avvenire sulla base di ragionamenti a priori, elemento fortemente presente nell’economia politica neoclassica, lega anche Kant e Cartesio, con quest’ultimo, in particolare, che con un ragionamento circolare del tutto analogo al tipo di proposizioni che Kant definisce “proposizioni analitiche” dimostra l’esistenza di Dio: in sintesi, in mente abbiamo l’idea della perfezione, ma dato che l’uomo non è perfetto quest’idea ha la sua origine in qualcuno che lo è, cioè in Dio; se Dio è perfetto, ragiona ancora Cartesio nel Discorso sul metodo, deve anche esistere, perché se non esistesse mancherebbe di una caratteristica essenziale della perfezione. Sarebbe così logicamente dimostrata l’esistenza di Dio. L’argomento, com’è noto, risale a sant’Anselmo (XI secolo), è criticato da san Tommaso, Gassendi, Hume, e dallo stesso Kant. Ma non è questo il punto. Piuttosto, il fatto è che nell’autore che forse più di ogni altro viene visto come fondatore della ragione moderna, troviamo una “ragione” che si sviluppa a sostegno della religione con una struttura mentale analoga a quella che ritroviamo nell’economia politica nel momento in cui, dopo Pareto, essa ha voluto distinguere ciò che sarebbe “scienza” da ciò che non lo sarebbe separando l’efficienza economica dall’equità distributiva. L’elemento da me individuato all’interno dell’economia politica trova quindi un suo antecedente non solo in Kant, ma anche, nel Seicento, in un passaggio filosofico fondamentale per la costituzione del razionalismo moderno.
Il Seicento di Cartesio è il secolo di Hobbes, teorico del contratto sociale, e di W. Petty, antesignano delle scienze economiche, il primo che si propone di trasferire il metodo cartesiano alla studio della società. Il secolo si chiude poi con Locke, grande teorico dei diritti di proprietà. Riprendere temi su cui la letteratura è ormai sterminata può apparire un’operazione sterile, ma, a ben guardare, è necessaria per questo tipo di ricerca perché è proprio il Seicento che vede appunto formarsi alcuni pilastri di quella che si svilupperà come economia politica e, a partire dalla seconda metà del secolo XIX, come economia politica neoclassica. Allargano ancora il discorso, può anche essere osservato che nel Seicento all’interno delle Compagnie privilegiate compaiono per la prima volta alcuni caratteri che saranno specifici delle moderne società per azioni, come ad esempio la commercializzazione delle quote del capitale sociale e la responsabilità limitata estesa a tutti i soci. Sempre nel Seicento, trova il suo approdo in Locke anche il dibattito sulla tolleranza religiosa apertosi col rogo di Serveto nella Ginevra riformata di Calvino nel 1553, mentre nell’Inghilterra anglicana viene approvato il Toleration Act (1689).
Seguendo perciò un percorso di ricerca tendente ad individuare il momento di formazione delle idee e del metodo che nei secoli successivi hanno condotto alla nascita dell’economia politica come disciplina scientifica e autonomia rispetto alle altre discipline sociale, sono giunto ad uno snodo di pensiero che, oltre a segnare con Locke e Petty una nuova concezione dell’economia, vede formarsi alcune altre idee essenziali del mondo moderno: la nascita della ragione cartesiana, la separazione tra Stato e Chiesa, la tolleranza religiosa, la teoria del contatto sociale.
Venendo al punto della questione relativo al contenuto tautologico, quindi di origine religiosa, della proposizione che sostiene la centralità dell’economia nella società moderna, dato acquisito e indiscutibile, facilmente dimostrabile e da me già discusso in alcuni lavori sia sul piano dell’analisi, per la coincidenza tra criterio paretiano e logica razionale dello scambio sul mercato (il criterio di Pareto in altri termini è la definizione di uno specifico rapporto sociale che si stabilisce sul mercato), sia sul piano della storia del pensiero, si è posto il problema di verificare se questo legame tra razionalità moderna e religione che si stabilisce all’interno delle discipline economiche sia loro specifico, o se invece il movimento di pensiero che vede nel ‘600 la nascita delle idee a cui sopra si è accennato e la cui odierna vitalità è fuori discussione, sia nel suo insieme un movimento di pensiero che si separa dalla religione, o se invece proponga solo un diverso rapporto tra l’uomo e la religione. Accanto al rapporto con l’economia, si tratta cioè di studiare nel suo insieme il processo di formazione di un’identità umana sfociata in quella che oggi è definita “laicità”, che peraltro oggi, qui in Italia, si trova ad affrontare il difficile problema della definizione del suo rapporto con la Chiesa cattolica.
Per poter affrontare un argomento così complesso è necessario un taglio di ricerca complesso e per certi versi contraddittorio: da un lato l’oggetto della ricerca deve essere definito in modo che non risulti troppo vasto, dall’altro però si impone anche un ampliamento dello studio che affronti il passaggio dal mondo medievale al mondo moderno, perlomeno in alcuni suoi snodi essenziali, al fine di verificare se, in quella svolta di pensiero che ha poi trovato espressione nelle tematiche a cui sopra si è accennato (rapporto tra ragione e religione, separazione tra Stato e Chiesa, tolleranza religiosa, posizione dell’economia nella società), non sia presente una radice unica. Dato che, com’è noto, quelle tematiche hanno trovato il loro sviluppo specifico nelle aree di diffusione del protestantesimo, ho scelto di verificare l’ipotesi che alla radice di quella svolta di pensiero può essere individuata in una diversa concezione del rapporto dell’uomo con Dio seguita alla svolta protestante.
Ho quindi affrontato lo studio di alcune parti della Somma teologica di Tommaso d’Aquino e di alcuni testi fondamentali di Lutero e Calvino. Ad essi è seguito lo studio di alcuni classici sull’argomento, senza alcun riguardo alle barriere disciplinari: Borkenau, Elias, Marx, Sombart, Tranquilli, Tawney, Weber per quello che riguarda la formazione del mondo moderno; Bainton, Firpo, Oberam e alcuni altri lavori più recenti sul tema specifico della Riforma; testi di Cartesio, Locke, Hobbes, Spinoza; infine testi vari di storia e di storia del pensiero.
Il materiale raccolto in questo triennio di attività di ricerca è piuttosto consistente, ma non dispersivo, in quanto ho mantenuto la mia chiave di ricerca relativa alla individuazione degli elementi che hanno condotto ad una concezione della società centrata sulla sfera economica e alla nascita di una specifica disciplina al cui interno il metodo razionale si trova affiancato ad un presupposto religioso. La ricerca svolta è stata anche più proficua di quanto mi attendessi, in quanto quest’allargamento del campo di ricerca oltre i confini della mia disciplina mi ha consentito di individuare legami inaspettati tra il pensiero della Riforma e alcune idee di rilievo per lo studio della formazione delle discipline economiche e tutt’ora presenti all’interno dell’economia politica, come ad esempio l’esistenza di un nesso tra la negazione del libero arbitrio e la “mano invisibile” [1].
Il materiale raccolto non è comunque facilmente utilizzabile. La letteratura su questi temi è praticamente sterminata e l’abbattimento delle barriere tra le discipline, se da un lato è stato estremamente proficuo per la mia personale preparazione e per l’effettiva comprensione delle questioni in esame, dall’altro mi espone al rischio di trattare in modo superficiale spunti ripresi da letture non attinenti alla mia disciplina. La scelta che ho compiuto per un primo utilizzo dei risultati di questo periodo di ricerca è stata pertanto quella di utilizzarli per affrontare un problema specifico: ripercorrere in modo critico il percorso d’approdo di Marx al materialismo storico, individuarne i punti di interesse e i punti critici, analizzare infine le conseguenze dell’applicazione pratica di quella struttura di pensiero fino alla sua conclusione staliniana. Mi è venuto naturale riferirmi a Marx sia perché, com’è noto, nei testi di Marx vi sono numerosi spunti e osservazioni che legano lo sviluppo capitalistico alla religiosità nella sua specifica forma del protestantesimo, sia perché mi interessa comprendere a fondo in che modo e attraverso quali passaggi una struttura di pensiero che si è proposta la liberazione dell’uomo da ogni alienazione abbia potuto risolversi in un mostruoso sistema politico basato sulla violenza e l’oppressione. Pur non essendo marxista, ritengo inoltre che quella teoria sia stata fino al secolo scorso il più organico tentativo di proporre un pensiero sull’uomo oltre il capitalismo, e non penso che assieme al fallimento del marxismo siano venute meno le domande a cui esso ha tentato di offrire una risposta.
[Nota 1]
Come è noto per la Riforma dall’onnipotenza divina discende logicamente la completa negazione del libero arbitrio dell’uomo. Verrebbero quindi imputati a Dio anche il “male” e l’azione di Satana. La soluzione che Calvino offre al problema vede la scissione all’interno dello stesso atto umano del peccato dell’uomo, dell’intervento di Satana, e del volere di Dio: «Sebbene Satana e gli iniqui si rivoltino contro Dio, egli tuttavia ha il suo piano incomprensibile, col quale non solo sa annullare tutti i loro sforzi, ma sa condurli sotto il suo giogo e servirsi di loro per fare quello che ha decretato» (G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, Utet, p. 1078). Evidente è l’affinità col seguente passo di Spinoza: «le leggi di natura sono leggi di Dio (…) che, derivando dalla necessità della natura divina, necessariamente sono eterne, né ad esse si può contravvenire. Invece gli uomini sono trascinati soprattutto dalla passione cieca e tuttavia non sconvolgono l’ordine naturale, anzi lo assecondano necessariamente» (B. Spinoza, Trattato politico, F. Angeli, p. 63-65). Facile riconoscere qui l’origine dell’idea che oggi sostiene l’ordine di mercato secondo la quale ciascuno persegue il proprio interesse individualistico e nonostante ciò si ottiene un ottimo sociale, ed anche, in senso evolutivo tramite Hegel, l’idea di Marx per la quale il capitalismo prepara le condizioni del suo superamento con la stessa necessità, dice appunto Marx nel Capitale, di una legge naturale. Infondo questa è la concezione della storia come “opera di Dio” che, da sant’Agostino, a Calvino, alla “mano invisibile” dell’economia politica e alla centralità dell’economia in Marx, in varie forme è sempre presente.
(dicembre 2005)