Andrea Ventura - relazioni sull'attività di ricerca

Tuesday, June 30, 2015

Attività di ricerca 2011-2013

Nel triennio 2011-2013 la mia attività di ricerca è in sostanza proseguita sulle linee definite nel triennio precedente, volgendosi ad indagare sul presupposti storici, teorici e culturali dell’attuale fase di crisi che investe i paesi avanzati. Lo svolgimento della crisi, infatti, sta confermando la tesi da molti avanzata e da me ripresa per la quale, in sostanza, sarebbe inappropriato parlare di crisi: siamo piuttosto difronte ad un passaggio storico che richiedere una revisione sia delle istituzioni e dei meccanismi fondamentali dei nostri sistemi economici, sia della teoria e degli strumenti per la gestione delle politiche economiche. Al fondo vanno però – anche in funzione di detta revisione – vanno individuati i limiti dei presupposti culturali che, in ultima istanza, fondano sia la teoria economica che ha sostenuto il modello di sviluppo attualmente in crisi, sia le politiche pubbliche adottate.

Sulla base di queste linee di ricerca, nel 2012 ho pubblicato un volume per i tipi dell’Asino d’oro: “La trappola. Radici storiche e culturali della crisi economica”. Il volume compone le ricerche da me svolte sulle dinamiche specifiche che hanno condotto all’esplosione della crisi nel settembre del 2008, con temi più di fondo attinenti al percorso storico di formazione della teoria economica neoclassica. Nel volume, in sintesi, viene posta in evidenza l’inadeguatezza della teoria economica neoclassica – che ha costituito la base teorica fondamentale per il processo di deregolamentazione finanziaria – e la necessità di modificare le priorità e gli obiettivi fondamentali dei nostri sistemi economici in relazione alle diverse esigenze dello sviluppo ed ai temi dell’equità e dell’ambiente. Si mostra, in sostanza, la necessità di un nuovo paradigma economico, e, al fondo, culturale.

Nel periodo successivo alla pubblicazione del volume la mia attività di ricerca si è volta ad approfondire gli aspetti specificatamente monetari della crisi. In particolare ho condotto le mie ricerche evidenziando una contraddizione di fondo tra il modo in cui viene considerata la moneta nella teoria economica dominante e la sua natura. In relazione a ciò ho voluto approfondire in modo specifico la ricerca sul legame che sussiste tra stabilità finanziaria e crescita. La conclusione a cui sono pervenuto, in sostanza, è che la moneta è considerata in quella teoria come una merce, mentre un’analisi a carattere storico e teorico non ideologizzata non può mancare di riconoscerne la sua natura istituzionale. Questo elemento di contraddizione, non sciolto, è fonte di crisi in quanto impedisce che la quantità di moneta prodotta dalle istituzioni private possa essere quella adeguata all’ordinato svolgimento dell’attività economica: il sistema dunque è strutturalmente instabile in quanto da un lato richiede la crescita del valore prodotto, dall’altro, per il gioco delle aspettative, non è in grado di garantire la moneta adeguata a sostenere in modo stabile quella stessa crescita che le è necessaria. Di qui non solo l’assenza di ogni tendenza naturale del sistema economico verso una posizione di equilibrio, ma anche la relativa impotenza delle autorità monetarie a contrastare fenomeni quali la formazione di bolle speculative e la recessione.

Questo percorso di ricerca ha prodotto un saggio, dal titolo “Il capitalismo, la crescita e la natura della moneta”. Il saggio compare all’interno di in un volume curato da me e da Anna Pettini dal titolo “Quale crescita. La teoria economica alla prova della crisi”, pubblicato nel 2014 per i tipi dell’Asino d’oro. La pubblicazione del volume, oltre al contributo specifico da me fornito, ha richiesto un lavoro di armonizzazione dei vari contributi ed in parte di editing. Anche in ragione del fatto che i diversi lavori che compongono il volume prendono spunto dagli interventi presentati in un convegno organizzato da me e da Anna Pettini qui a Firenze nell’aprile del 2013, il libro presenta un carattere sostanzialmente unitario.



Wednesday, March 23, 2011

Attività di ricerca 2008-2010

Negli anni 2008-2010 la mia attività di ricerca si è svolta sostanzialmente su due piani. Sul primo ho portato a compimento, con due saggi, una critica alla teoria economica neoclassica sul piano metodologico . Questi saggi contengono alcuni approfondimenti relativi alla costruzione dei modelli di equilibrio economico generale e all’uso della matematica, con particolare riferimento alle motivazioni che hanno sostenuto il tentativo di rappresentare la struttura dell’economia in termini esclusivamente matematici. È stato anche svolta una ricerca specifica sulla questione del diverso significato che assume la matematica come strumento conoscitivo nelle scienze della natura, in fisica in particolare, ed in economia.

In secondo luogo ho seguito un percorso di ricerca finalizzato a legare la crisi finanziaria del 2008, poi divenuta crisi economica nei due anni seguenti, alla struttura teorica e al modello di politica economica dominante negli ultimi trent’anni. Oltre a tendenze storiche di lungo periodo - indispensabili per comprendere alle sue radici l’attuale periodo di crisi - la crisi stessa può essere letta come la falsificazione sul piano dell’esperienza storica della tesi per la quale il libero mercato tende alla stabilità, all’equilibrio e all’efficienza. La crisi economica, in modo evidente, rende esplicita la necessità di sottrarre il dibattito teorico al piano della pura astrazione e di collegare invece le varie teorie al contesto storico nel quale sono formulate. Nello specifico la teoria keynesiana, formulata a seguito della crisi del 1929, è una teoria che ha trovato la sua più coerente applicazione nella fase di sviluppo del secondo dopoguerra. Essa ha consentito ai paesi industrializzati di raggiungere mantenere un ritmo di crescita abbastanza stabile e prolungato. Questa teoria è entrata in crisi nel corso degli anni settata non solo sul piano teorico, ma anche per difficoltà connesse all’esaurirsi di un modello di sviluppo basato sulla crescita quantitativa. Il passaggio tra gli anni settanta e gli anni ottanta del secolo scorso ha visto dunque la crisi dell’economia keynesiana e il ritorno a schemi teorici maturati nella seconda metà dell’Ottocento. La questione è se questi schemi teorici, le cui radici, appunto, si trovano in un periodo storico dalle caratteristiche radicalmente diverse dall’attuale, non siano parte in causa per il fatto di aver generato quelle contraddizioni che sono alla base della crisi attuale.

Il fatto di aver svolto negli anni scorsi un’analisi specifica della struttura teorica dell’economia neoclassica mi ha portato a legare la critica metodologica all’analisi di alcuni aspetti della crisi attuale. I due percorsi di ricerca, quello legato allo studio sul metodo in economia e quello sulle dinamiche della crisi, per quanto distinti, hanno trovato così alcuni snodi comuni. Provo ad esporre sinteticamente in che modo, a mio avviso, la critica metodologica si può saldare allo studio delle dinamiche della crisi.

Il riferimento al modello delle scienze della natura, in particolare alla fisica e alla matematica, è assai frequente negli studi di economia. Nello studio della natura non umana il fenomeno oggetto di indagine è ripetibile: poste certe condizioni, l’oggetto si comporta sempre nello stesso modo. Sebbene la fisica contemporanea abbia sviluppato un approccio metodologico che, per certi aspetti, sembra voler superare il determinismo della fisica classica, la ripetitività e le regolarità che gli scienziati cercano di individuare nelle scienze della natura consentono una rappresentazione dei fenomeni in termini matematici.

A partire dalla “svolta marginalista” del 1870-71, e più in particolare, in modo esplicito, con i modelli di equilibrio economico generale dei primi anni cinquanta del secolo scorso, si assiste alla tendenza a fare della matematica uno strumento per la verifica della coerenza dei sistemi teorici. Questo ruolo centrale assunto dalla struttura matematica ha posto in secondo piano la questione dell’aderenza del modello alla realtà. La tendenza alla matematizzazione dell’economia ha due conseguenze: la prima è che lo studio dei fenomeni che presentano le caratteristiche della ripetitività nel tempo e della regolarità, in quanto suscettibili di rappresentazione matematica farebbero parte della scienza, mentre quelli che non presentano quelle caratteristiche ne resterebbero al di fuori; questo conduce al fatto, spesso lamentato, per il quale la ricerca economica finisce per indirizzarsi in grandissima parte su aspetti della realtà scelti non per la loro rilevanza, ma per la maggiore aderenza ai criteri metodologici come sopra definiti. In altri termini la scelta del metodo porta con se la scelta di occuparsi di alcune questioni e di tralasciarne altre: per chiarire, ad esempio ci si occupa moltissimo dei comportamenti di mercato e assai meno delle questioni connesse alla povertà.

In secondo luogo, in via generale, si tende ad affrontare i singoli problemi non scegliendo il metodo in relazione alla natura del problema stesso ma forzando la realtà nella gabbia dei criteri metodologici come sopra definiti. Questo provoca conseguenze forse ancor più gravi delle prime perché, spesso, si genera l’illusione di aver compreso l’oggetto della ricerca mentre si è perso il rapporto con la realtà.

L’analisi neoclassica, in sostanza, si è trovata priva di strumenti per comporre le dinamiche storiche, sociali e politiche ai temi propriamente economici: oggi molti lavori scientifici, come peraltro anche molti testi in uso nella didattica, per la loro impostazione, in particolare per l’importanza che assegnano allo studio della tendenza all’equilibrio dei mercati e la limitatissima attenzione che prestano ai fattori di crisi e instabilità, appaiono del tutto superati. Peraltro, come è noto, gli studiosi maggiormente legati al mainstream sostenevano che ormai le crisi economiche erano un ricordo del passato e che i mercati, lasciati liberi di operare senza interferenze, avrebbero portato stabilità e crescente prosperità per tutti. È dunque evidente che gli sviluppi della crisi imporranno, negli anni a seguire, anche un ripensamento dei modelli teorici a cui finora si è fatto riferimento.

Possiamo anche aggiungere che i modelli teorici stessi hanno largamente ispirato politiche economiche tese a liberalizzare i mercati e a indebolire le necessarie funzioni regolative del settore pubblico. Dunque, per le politiche poste in essere negli ultimi trent’anni, questi modelli teorici possono essere considerati corresponsabili nel generare le condizioni che hanno condotto alla crisi stessa. La ricerca va ovviamente indirizzata all’individuazione più specifica dell’accumularsi dei fattori di squilibrio e crisi.

I lavori prodotti in questo periodo di ricerca sono i seguenti.

Un primo lavoro è stato pubblicato sulla rivista on line del mio dipartimento: Scienza e metodo nelle discipline economiche, “Rivista di Studi Sullo Stato”, novembre 2010. Il saggio è reperibile in rete al seguente indirizzo:

www.unifi.it/rivsts/saggi/Ventura%20Scienza%20e%20metodo/scienza%20e%20metodo.pdf

Ne riproduco qui di seguito il sommario.

Il saggio discute del rapporto tra il metodo scientifico nelle discipline sociali, in particolare in economia, e il metodo delle scienze della natura. Il tema è affrontato dapprima da una prospettiva di storia del pensiero: si rintraccia l’origine della dizione “scienze sociali” e si analizzano alcuni passaggi del processo di fondazione dell’economia come disciplina autonoma. Di seguito si discutono alcune questioni metodologiche connesse alle tesi del neopositivismo - con particolare riferimento a Wittgenstein e al Circolo di Vienna - e se ne individuano i legami con i problemi del metodo in economia. Si discute infine del valore scientifico dei modelli di equilibrio walrasiano. Lo scopo, in sostanza, è quello di evidenziare il nesso che lega alcuni passaggi essenziali del processo di formazione dell’economia neoclassica al più generale contesto del dibattito sul metodo scientifico, individuando forzature e limiti nell’applicazione all’economia del metodo delle scienze della natura.

Un secondo saggio, scritto in collaborazione con C. Cafiero e M. Montibeller e intitolato Pareto efficiency and externalities. A theoretical and methodological critique of neoclassical economics è giunto nel triennio alla stesura definitiva. Attualmente esso è in visione presso una rivista internazionale, il “Cambridge Journal of Economics”. Anche di questo lavoro riporto qui di seguito il sommario.

This essay starts from a critical review of the Paretian definition of efficiency by noting its correspondence with the definition of the logic underpinning market relationships. Next, with reference to Wittgenstein’s analysis of the value content of tautologies, it discusses the tautological nature of the propositions regarding the efficiency of exchange and market equilibria when there are externalities. The neoclassical debate on externalities is then critically reviewed taking into account the distinction between propositions which are true based on their formal logic structure and propositions which are true with respect to their correspondence to actual states of affairs. Finally, both the logical inconsistencies and the practical consequences of the application of Pareto efficiency to the analysis of externalities are revealed.

Attualmente sto lavorando alla stesura di un saggio che si focalizza sull’analisi radici della crisi attuale; di essa si analizzeranno sia gli aspetti storici sia quelli più specificatamente economici. Il lavoro potrebbe uscire nel corso del 2011 all’interno di un volume che comprenderà anche altri contributi.

Firenze, 25 gennaio 2011

Wednesday, February 14, 2007

Attività di ricerca 2005-2008 e 2003-2005



ATTIVITA' DI RICERCA - 2005-2008

Nel triennio la mia attività scientifica si è volta ad approfondire l’analisi di quel percorso di pensiero che ha condotto l’economia a costituirsi come scienza facendo riferimento al modello delle scienze della natura. L’obiettivo è stato quello di individuare gli elementi essenziali di tale costituzione e di valutarne i punti di forza e di debolezza. La ricerca ha quindi avuto aspetti a carattere storico, teorico e metodologico.
Nel percorso che va dalla nascita dell’economia come disciplina autonoma agli attuali modelli di equilibrio economico generale, tre sono i momenti di particolare rilevanza. Il primo è l’atto stesso di definizione dell’economia come disciplina autonoma dalle “scienze morali”. Il secondo è costituito dalla “rivoluzione marginalista” del 1870-71, dove si specifica che per l’economia il modello di riferimento è costituito dalla meccanica e dall’astronomia. Il terzo infine va individuato nella “svolta ordinalista” degli anni ’30, quando, con L. Robbins, l’economia viene definita con riferimento alla logica della scelta individuale e le problematiche attinenti all’efficienza economica – di interesse della “scienza” – sono state rigorosamente separate da quelle dell’equità distributiva.
Il discorso è piuttosto complesso in quanto, a mio avviso, la nascita e lo sviluppo in senso formale delle discipline economiche non possono essere compresi solo facendo riferimento alle problematiche interne alla disciplina. Fin dall’Illuminismo, infatti, il dibattito sul metodo nelle scienze sociali si sviluppa in stretto rapporto con il dibattito sul metodo da seguire per il progresso delle scienze in genere. Negli anni ’30 inoltre, dopo aver sostanzialmente assorbito la “rivoluzione marginalista”, le discipline economiche si trovano nella posizione di poter offrire un modello di scienza sociale che si avvicina al modello in uso nelle scienze della natura, cosicché la questione del metodo in economia ha una sua rilevanza anche rispetto al dibattito interno al Circolo di Vienna sul metodo unico nelle scienze.
Alla base di queste questioni metodologiche vi è il problema, lungamente discusso in filosofia e in filosofia della scienza, della natura della “legge” scientifica e del rapporto tra linguaggio scientifico e realtà. Nell’ambito del neopositivismo quest’ultimo tema è connesso alla critica della sensatezza delle proposizioni del linguaggio comune avanzata da Wittgenstein e quindi all’idea che, per affrontare questioni a carattere scientifico, sia necessario sviluppare un “linguaggio ideale” che risulti privo delle ambiguità del linguaggio comune. Più a fondo, alla radice di queste questioni vi sono problematiche attinenti al funzionamento del pensiero umano.
Le tematiche qui sommariamente richiamate non compaiono direttamente all’interno del dibattito sul metodo in economia. Esse però, a mio avviso, sono essenziali per comprendere l’evoluzione delle discipline economiche in senso formale fino all’approdo ai modelli di equilibrio economico generale, dove il sistema economico è rappresentato come pura struttura matematica. Lo studio di esse risulta quindi irrinunciabile.

L’economia si costituisce come scienza con la fisiocrazia formulando una tesi per la quale la libertà economica può costituire l’elemento fondante “dell’ordine naturale ed essenziale della società”. L’economia sarebbe cioè quella disciplina che individua i principi su cui tale ordine può essere costruito. Come è noto, l’obbiettivo dei fisiocratici è quello di ancorare il governo della società - nella fattispecie le politiche del despota illuminato - a dei principi primi immediatamente evidenti riguardanti la libertà di commercio, la proprietà, la tassazione, onde eliminare negli atti di governo ogni arbitrio nocivo alla stabilità sociale. In quanto riferite ad un ordine naturale della società, le “leggi” economiche individuate dai fisiocratici avrebbero così una valenza oggettiva simile alle leggi della natura non umana.
Attorno alla metà del Settecento, quando i fisiocratici formulano le proprie tesi, l’Illuminismo francese si era distaccato dal cartesianesimo per abbracciare quel metodo di ricerca basato su ragione ed esperienza che veniva considerato l’elemento fondamentale della sintesi newtoniana. Il metodo di Newton, infatti, si era venuto a costituire come metodo del pensiero in genere, valido quindi anche per lo studio dei fenomeni sociali. Ma la questione del rapporto tra metodo scientifico e nascita dell’economia è più complessa. Nell’ambito dell’Illuminismo i fisiocratici si collocano infatti in una posizione che può essere considerata più vicina al deduttivismo cartesiano che a Newton: i principi dell’ordine naturale della società da loro individuati non sono presenti nella realtà sociale, ma sono dedotti dall’idea che, come per la natura, anche per la società Dio ha provveduto ad un sistema ordinato. Quest’ordine quindi non è osservato, piuttosto è scoperto dalla ragione sulla base di una “evidenza” - per usare un termine da essi spesso usato - che non è nei fatti ma nella chiarezza dei principi stessi, cosicché, rispetto all’Illuminismo nel suo insieme, F. Diaz osserva una “inversione del principio motore”:[1] la ragione non appare come strumento di progresso ed emancipazione dall’oscurantismo religioso, piuttosto essa individua alcune presunte leggi dell’ordine sociale come istituite da Dio che giustificano la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e una concezione della libertà intesa come solo godimento dei diritti di proprietà nella loro interezza.
Si potrebbe osservare che sul piano della scienza l’economia nasce già vecchia, mentre sul piano delle scelte politiche nasce strutturalmente reazionaria. Si tratta quindi di verificare come questi nodi si sono ripresentati e come siano stati affrontati nel corso dell’evoluzione della disciplina fino alla forma attuale.

Tra la rivoluzione marginalista e la “svolta ordinalista” degli anni ’30 l’economia assume una conformazione all’interno della quale il riferimento all’astronomia e alla meccanica viene a costituirsi come riferimento metodologico essenziale. Ora le problematiche a carattere storico, sociale ed istituzionale, che nelle riflessioni degli economisti “classici” erano assolutamente centrali, sono sullo sfondo o non sono affatto considerate. Walras ben si esprime riguardo al progetto di costruire l’economia sul modello delle scienze della natura:

“l’ora più decisiva della mia vita suonò una sera dell’estate del 1858 quando, durante una passeggiata, mio padre si rivolse a me affermando con grande energia che il secolo diciannovesimo aveva ancora due grandi compiti da portare a compimento: terminare di creare la storia e cominciare a creare la scienza sociale (…) Il secondo punto era stato di suo interesse tutta la vita. Fu allora che gli promisi di lasciare la letteratura e la critica d’arte per consacrarmi interamente alla continuazione della sua opera”.[2]

“L’astronomia di Keplero e la meccanica di Galileo hanno impiegato da cento a centocinquanta o duecento anni per diventare l’astronomia di Newton e di Laplace e la meccanica di d’Alembert e di Lagrange. Ora, è passato meno di un secolo dalla pubblicazione dell’opera di A. Smith ed i tentativi di Cournot, di Gossen, di Jevons e mio. Siamo stati, dunque, al nostro posto e abbiamo assolto il nostro compito”.[3]


La questione è quindi di valutare se una disciplina che si propone di analizzare un aspetto centrale della realtà sociale possa eliminare la storia e sostituire ad essa una “scienza” concepita sul modello delle scienze della natura. Inoltre, dato che questa eliminazione è stata sostanzialmente compiuta, si tratta di verificare se oggi l’economia possa affermare di essere in grado di rispettare i criteri di scientificità che valgono per le scienze della natura non umana.

Poste queste problematiche a carattere generale, nel triennio la mia attività di ricerca si è orientata verso l’approfondimento di alcune questioni a carattere più specifico, in particolare verso lo studio della valenza scientifica di alcuni elementi cardine interni alla teoria economica, elementi che si sono appunto costituiti nella prospettiva di avvicinare gli studi di economia al modello delle scienze della natura non umana. Posso sintetizzare come segue alcune di queste questioni.
Anzitutto ho ripreso una tesi da me in precedenza formulata relativa al criterio di efficienza di Pareto, per la quale esso non è, come vorrebbe Robbins, un criterio scientifico necessario per eliminare giudizi di valore e distinguere ciò che appartiene alla scienza da ciò che non vi appartiene, ma è la definizione del rapporto sociale di mercato. Ora, se il criterio di efficienza che definisce la scientificità della disciplina è la definizione logica di un rapporto sociale - come tale storicamente determinato e specifico di alcuni ambiti di comportamento - ne segue l’insostenibilità della tesi per la quale l’economia, accogliendo questo criterio, avrebbe assunto un carattere neutrale e si sarebbe avvicinata alle scienze della natura non umana. Essa invece rimane comunque una disciplina sociale, e, come tale, va ancorata ad un contesto di ricerca dove storia, istituzioni e cultura sono centrali e non possono essere cancellati o subordinati ad una logica che non gli appartiene. Sottrarre il dibattito al confronto con questi ambiti per ingabbiarlo, in nome della scienza, all’interno di questioni attinenti la coerenza analitica, oppure proporre un dominio delle discipline economiche sulle altre discipline sociali in nome della maggiore vicinanza dell’economia al metodo in uso nelle scienze della natura, è quindi un’operazione del tutto arbitraria.
In secondo luogo ho ripreso una tesi da me già formulata circa il carattere tautologico di alcune proposizioni assunte dalla teoria economica come proposizioni scientifiche[4]. Posto il carattere tautologico di queste proposizioni, si è trattato di approfondire come nel primo Wittgenstein e quindi all’interno del Circolo di Vienna sia stata discussa la questione del valore conoscitivo delle tautologie. Dall’analisi svolta è risultato evidente che le proposizioni tautologiche non possono essere considerate verità scientifiche[5]. L’analiticità può essere solo uno strumento per verificare la coerenza logica di costruzioni teoriche o di modelli che comunque devono essere posti al vaglio dei fatti, e mai, nella scienza, la coerenza logica può di per sé costituire il fondamento di una teoria.[6]
In terzo luogo, anche come conseguenza dei problemi qui sommariamente richiamati, la mia ricerca si è andata orientando verso una tesi per la quale, in realtà, le discipline economiche si configurano come un’antropologia e non come una scienza nel senso proprio delle scienze della natura non umana. Questa antropologia, in quanto riferita alla realtà e alla socialità umana, andrebbe quindi valutata e discussa nei suoi fondamenti per quello che è, e non facendo invece riferimento ad un concetto di “legge” scientifica e ad un modello di neutralità della scienza ripresi dalle scienze della natura, che peraltro non è neanche in grado di rispettare. È in quest’ultima prospettiva che i miei interessi di ricerca si sono incontrati con quelli di ricercatori di altre discipline, assieme ai quali sono stati individuati specifici approfondimenti.

Per concludere, la critica ad alcuni fondamenti delle discipline economiche, che in ambito accademico mi ha quasi condotto all’espulsione dall’università, recentemente ha trovato accoglienza e si va approfondendo grazie anche alla collaborazione con studiosi di altre discipline. Tre saggi, conclusi nel triennio ma che raccolgono i risultati del lavoro svolto nel periodo precedente, sono stati pubblicati in una rivista di psichiatria,psicoterapia e scienze umane, “Il sogno della farfalla” (Marx 1943. Una critica mancata, n. 1, 2007. Religione ed economia: alle origini del capitalismo moderno, n. 4, 2007. I mostri della ragione: lo stalinismo, n. 4, 2008). Attualmente, in collaborazione con altri ricercatori, sto lavorando alla stesura di un saggio più specifico di critica interna all’economia neoclassica (Efficienza paretiana in presenza di esternalità: una critica teorica e metodologica).

Note

[1] F. Diaz, Filosofia e politica nel settecento francese, Einaudi, Torino 1962, p 390.

[2] B. Ingrao, G. Israel, La mano invisibile, Laterza, Bari 2006, p. 78 (corsivo mio).

[3] Ivi, p. 80.

[4] Nello specifico mi riferisco alla tesi per la quale in condizioni perfettamente concorrenziali si avrebbe l’efficienza del mercato (primo teorema dell’economia del benessere), e alla tesi per la quale, anche in presenza di esternalità, con assenza di costi transattivi e perfetta informazione il mercato sarebbe ancora efficiente nel senso di Pareto (teorema di Coase).

[5] Quest’argomento è alla base della tesi di Popper per la quale le proposizioni non falsificabili non fanno parte della scienza. La tautologia, infatti, in quanto proposizione sempre vera, non fornisce alcuna effettiva informazione sulla realtà.

[6] La questione è assai complessa e posso qui definirne a grandi linee solo la problematica generale. Il confronto tra l’uso dello strumento analitico in economia e nelle scienze della natura costituisce, infatti, uno dei punti su cui è in corso uno specifico approfondimento. L’analiticità dunque, di cui la matematica è lo strumento principale, di per sé è tautologica. Il carattere tautologico della matematica è stato infatti riconosciuto da Leibnitz e poi, contro la tesi di Kant, in modo più preciso da Frege. Essa perciò è solo uno strumento per verificare la coerenza interna di una teoria o di una proposizione, oppure per seguire le conseguenze logiche di determinati presupposti. In fisica, ad esempio, la matematica può esplorare le conseguenze ultime di determinati principi: dalla costanza della velocità della luce si deduce la teoria della relatività ristretta e quindi alcune proprietà della natura. Oppure si possono introdurre delle ipotesi, da cui discendono delle conclusioni la cui verifica può costituire una conferma dell’ipotesi stessa: dalla natura corpuscolare o ondulatoria della luce, o da certe ipotesi sulla composizione della materia, discendono delle conseguenze che possono essere sperimentalmente verificate e che portano a quindi a confermare o smentire l’ipotesi iniziale. In economia invece troppo spesso non è chiaro se si introducono delle ipotesi per valutarne la fondatezza tramite la verifica empirica, o se invece esse costituiscano dei principi primi evidenti da cui dedurre logicamente determinate conseguenze. Questa mancanza di chiarezza sul significato delle ipotesi ha condotto ad una situazione dove la coerenza analitica finisce per essere l’unico o il principale riferimento per la validità della teoria. Nello specifico, per fare un esempio, che valore ha l’ipotesi che il comportamento individuale sia razionale e massimizzante? È un principio primo del comportamento umano presente in ogni tempo e luogo di cui, come per la gravità o per la costanza della velocità della luce, si studiano le logiche conseguenze, oppure è un’ipotesi di cui si cerca la verifica empirica? Qual è, per fare un altro esempio, il valore scientifico dei modelli di equilibrio economico generale di Arrow e Debreu che riducono l’economia a pura struttura matematica? In che modo questi modelli stabiliscono un rapporto con la realtà?

ATTIVITA’ DI RICERCA 2003-2005

L’attività di ricerca da me svolta nel triennio 2003-2005 si è incentrata sul problema del processo di formazione delle discipline economiche nell’ambito del pensiero politico e filosofico moderno. L’asse delle ricerche è rimasto ancorato all’osservazione relativa al carattere tautologico della proposizione che sostiene la coincidenza tra efficienza paretiana ed efficienza dell’ordine di mercato, osservazione che già in precedenza mi aveva consentito di affermare che l’economia neoclassica non poteva essere discussa sul piano della scienza ma piuttosto andava intesa come “scienza morale”, possiamo dire, con riferimento a Kant, come “ragion pratica”. Ora, svolgendo ulteriormente quel tema di ricerca, il fatto che la conoscenza possa avvenire sulla base di ragionamenti a priori, elemento fortemente presente nell’economia politica neoclassica, lega anche Kant e Cartesio, con quest’ultimo, in particolare, che con un ragionamento circolare del tutto analogo al tipo di proposizioni che Kant definisce “proposizioni analitiche” dimostra l’esistenza di Dio: in sintesi, in mente abbiamo l’idea della perfezione, ma dato che l’uomo non è perfetto quest’idea ha la sua origine in qualcuno che lo è, cioè in Dio; se Dio è perfetto, ragiona ancora Cartesio nel Discorso sul metodo, deve anche esistere, perché se non esistesse mancherebbe di una caratteristica essenziale della perfezione. Sarebbe così logicamente dimostrata l’esistenza di Dio. L’argomento, com’è noto, risale a sant’Anselmo (XI secolo), è criticato da san Tommaso, Gassendi, Hume, e dallo stesso Kant. Ma non è questo il punto. Piuttosto, il fatto è che nell’autore che forse più di ogni altro viene visto come fondatore della ragione moderna, troviamo una “ragione” che si sviluppa a sostegno della religione con una struttura mentale analoga a quella che ritroviamo nell’economia politica nel momento in cui, dopo Pareto, essa ha voluto distinguere ciò che sarebbe “scienza” da ciò che non lo sarebbe separando l’efficienza economica dall’equità distributiva. L’elemento da me individuato all’interno dell’economia politica trova quindi un suo antecedente non solo in Kant, ma anche, nel Seicento, in un passaggio filosofico fondamentale per la costituzione del razionalismo moderno.
Il Seicento di Cartesio è il secolo di Hobbes, teorico del contratto sociale, e di W. Petty, antesignano delle scienze economiche, il primo che si propone di trasferire il metodo cartesiano alla studio della società. Il secolo si chiude poi con Locke, grande teorico dei diritti di proprietà. Riprendere temi su cui la letteratura è ormai sterminata può apparire un’operazione sterile, ma, a ben guardare, è necessaria per questo tipo di ricerca perché è proprio il Seicento che vede appunto formarsi alcuni pilastri di quella che si svilupperà come economia politica e, a partire dalla seconda metà del secolo XIX, come economia politica neoclassica. Allargano ancora il discorso, può anche essere osservato che nel Seicento all’interno delle Compagnie privilegiate compaiono per la prima volta alcuni caratteri che saranno specifici delle moderne società per azioni, come ad esempio la commercializzazione delle quote del capitale sociale e la responsabilità limitata estesa a tutti i soci. Sempre nel Seicento, trova il suo approdo in Locke anche il dibattito sulla tolleranza religiosa apertosi col rogo di Serveto nella Ginevra riformata di Calvino nel 1553, mentre nell’Inghilterra anglicana viene approvato il Toleration Act (1689).
Seguendo perciò un percorso di ricerca tendente ad individuare il momento di formazione delle idee e del metodo che nei secoli successivi hanno condotto alla nascita dell’economia politica come disciplina scientifica e autonomia rispetto alle altre discipline sociale, sono giunto ad uno snodo di pensiero che, oltre a segnare con Locke e Petty una nuova concezione dell’economia, vede formarsi alcune altre idee essenziali del mondo moderno: la nascita della ragione cartesiana, la separazione tra Stato e Chiesa, la tolleranza religiosa, la teoria del contatto sociale.
Venendo al punto della questione relativo al contenuto tautologico, quindi di origine religiosa, della proposizione che sostiene la centralità dell’economia nella società moderna, dato acquisito e indiscutibile, facilmente dimostrabile e da me già discusso in alcuni lavori sia sul piano dell’analisi, per la coincidenza tra criterio paretiano e logica razionale dello scambio sul mercato (il criterio di Pareto in altri termini è la definizione di uno specifico rapporto sociale che si stabilisce sul mercato), sia sul piano della storia del pensiero, si è posto il problema di verificare se questo legame tra razionalità moderna e religione che si stabilisce all’interno delle discipline economiche sia loro specifico, o se invece il movimento di pensiero che vede nel ‘600 la nascita delle idee a cui sopra si è accennato e la cui odierna vitalità è fuori discussione, sia nel suo insieme un movimento di pensiero che si separa dalla religione, o se invece proponga solo un diverso rapporto tra l’uomo e la religione. Accanto al rapporto con l’economia, si tratta cioè di studiare nel suo insieme il processo di formazione di un’identità umana sfociata in quella che oggi è definita “laicità”, che peraltro oggi, qui in Italia, si trova ad affrontare il difficile problema della definizione del suo rapporto con la Chiesa cattolica.
Per poter affrontare un argomento così complesso è necessario un taglio di ricerca complesso e per certi versi contraddittorio: da un lato l’oggetto della ricerca deve essere definito in modo che non risulti troppo vasto, dall’altro però si impone anche un ampliamento dello studio che affronti il passaggio dal mondo medievale al mondo moderno, perlomeno in alcuni suoi snodi essenziali, al fine di verificare se, in quella svolta di pensiero che ha poi trovato espressione nelle tematiche a cui sopra si è accennato (rapporto tra ragione e religione, separazione tra Stato e Chiesa, tolleranza religiosa, posizione dell’economia nella società), non sia presente una radice unica. Dato che, com’è noto, quelle tematiche hanno trovato il loro sviluppo specifico nelle aree di diffusione del protestantesimo, ho scelto di verificare l’ipotesi che alla radice di quella svolta di pensiero può essere individuata in una diversa concezione del rapporto dell’uomo con Dio seguita alla svolta protestante.
Ho quindi affrontato lo studio di alcune parti della Somma teologica di Tommaso d’Aquino e di alcuni testi fondamentali di Lutero e Calvino. Ad essi è seguito lo studio di alcuni classici sull’argomento, senza alcun riguardo alle barriere disciplinari: Borkenau, Elias, Marx, Sombart, Tranquilli, Tawney, Weber per quello che riguarda la formazione del mondo moderno; Bainton, Firpo, Oberam e alcuni altri lavori più recenti sul tema specifico della Riforma; testi di Cartesio, Locke, Hobbes, Spinoza; infine testi vari di storia e di storia del pensiero.
Il materiale raccolto in questo triennio di attività di ricerca è piuttosto consistente, ma non dispersivo, in quanto ho mantenuto la mia chiave di ricerca relativa alla individuazione degli elementi che hanno condotto ad una concezione della società centrata sulla sfera economica e alla nascita di una specifica disciplina al cui interno il metodo razionale si trova affiancato ad un presupposto religioso. La ricerca svolta è stata anche più proficua di quanto mi attendessi, in quanto quest’allargamento del campo di ricerca oltre i confini della mia disciplina mi ha consentito di individuare legami inaspettati tra il pensiero della Riforma e alcune idee di rilievo per lo studio della formazione delle discipline economiche e tutt’ora presenti all’interno dell’economia politica, come ad esempio l’esistenza di un nesso tra la negazione del libero arbitrio e la “mano invisibile” [1].
Il materiale raccolto non è comunque facilmente utilizzabile. La letteratura su questi temi è praticamente sterminata e l’abbattimento delle barriere tra le discipline, se da un lato è stato estremamente proficuo per la mia personale preparazione e per l’effettiva comprensione delle questioni in esame, dall’altro mi espone al rischio di trattare in modo superficiale spunti ripresi da letture non attinenti alla mia disciplina. La scelta che ho compiuto per un primo utilizzo dei risultati di questo periodo di ricerca è stata pertanto quella di utilizzarli per affrontare un problema specifico: ripercorrere in modo critico il percorso d’approdo di Marx al materialismo storico, individuarne i punti di interesse e i punti critici, analizzare infine le conseguenze dell’applicazione pratica di quella struttura di pensiero fino alla sua conclusione staliniana. Mi è venuto naturale riferirmi a Marx sia perché, com’è noto, nei testi di Marx vi sono numerosi spunti e osservazioni che legano lo sviluppo capitalistico alla religiosità nella sua specifica forma del protestantesimo, sia perché mi interessa comprendere a fondo in che modo e attraverso quali passaggi una struttura di pensiero che si è proposta la liberazione dell’uomo da ogni alienazione abbia potuto risolversi in un mostruoso sistema politico basato sulla violenza e l’oppressione. Pur non essendo marxista, ritengo inoltre che quella teoria sia stata fino al secolo scorso il più organico tentativo di proporre un pensiero sull’uomo oltre il capitalismo, e non penso che assieme al fallimento del marxismo siano venute meno le domande a cui esso ha tentato di offrire una risposta.


[Nota 1]
Come è noto per la Riforma dall’onnipotenza divina discende logicamente la completa negazione del libero arbitrio dell’uomo. Verrebbero quindi imputati a Dio anche il “male” e l’azione di Satana. La soluzione che Calvino offre al problema vede la scissione all’interno dello stesso atto umano del peccato dell’uomo, dell’intervento di Satana, e del volere di Dio: «Sebbene Satana e gli iniqui si rivoltino contro Dio, egli tuttavia ha il suo piano incomprensibile, col quale non solo sa annullare tutti i loro sforzi, ma sa condurli sotto il suo giogo e servirsi di loro per fare quello che ha decretato» (G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, Utet, p. 1078). Evidente è l’affinità col seguente passo di Spinoza: «le leggi di natura sono leggi di Dio (…) che, derivando dalla necessità della natura divina, necessariamente sono eterne, né ad esse si può contravvenire. Invece gli uomini sono trascinati soprattutto dalla passione cieca e tuttavia non sconvolgono l’ordine naturale, anzi lo assecondano necessariamente» (B. Spinoza, Trattato politico, F. Angeli, p. 63-65). Facile riconoscere qui l’origine dell’idea che oggi sostiene l’ordine di mercato secondo la quale ciascuno persegue il proprio interesse individualistico e nonostante ciò si ottiene un ottimo sociale, ed anche, in senso evolutivo tramite Hegel, l’idea di Marx per la quale il capitalismo prepara le condizioni del suo superamento con la stessa necessità, dice appunto Marx nel Capitale, di una legge naturale. Infondo questa è la concezione della storia come “opera di Dio” che, da sant’Agostino, a Calvino, alla “mano invisibile” dell’economia politica e alla centralità dell’economia in Marx, in varie forme è sempre presente.

(dicembre 2005)

Attività di ricerca 2000-2002

L'attività da me svolta nel triennio 2000-2002 ha seguito un indirizzo totalmente condizionato dalla necessità di comprendere perché i risultati delle mie ricerche sviluppate a partire dal periodo della tesi di dottorato abbiano incontrato, negli anni più recenti, così gravi ostacoli di comprensione da determinare addirittura la mia mancata conferma in ruolo come ricercatore. (Per le vicende connesse, clicca qui).
Nei miei lavori ero giunto alla seguente conclusione: l'affermazione secondo la quale un mercato concorrenziale privo di attriti o di ostacoli nel suo funzionamento conduce ad una posizione efficiente nel senso di Pareto (primo teorema dell'economia del benessere) è una tautologia priva di valore conoscitivo. Questo perché da un lato la definizione paretiana dell'efficienza è la descrizione delle regole di funzionamento del mercato, dall'altro il termine "mercato", tramite una serie di ipotesi astratte e irrealistiche, viene considerato in un senso ideale e privato progressivamente di ogni effettivo riscontro col concreto funzionamento dei sistemi ad economia di mercato. Ma mentre mostravo che una proposizione di principio relativa all'efficienza del mercato, divenuta ormai di senso comune, era tautologica, i miei colleghi o non capivano il punto, o lo ignoravano, talvolta mi invitavano a scegliere altri campi di ricerca, e alla fine, sempre più estraneo al mio ambiente di ricerca, mi sono trovato sull'orlo dell'esclusione dalla università. Sul punto specifico non avevo dubbi, ma dovevo modificare l'impostazione delle mie ricerche. Spostai così la mia attenzione dalla critica interna alla struttura di pensiero che sostiene la disciplina, verso la comprensione dell'origine storica e filosofica e del processo di formazione di quella stessa struttura di pensiero.

Scorrendo un testo di filosofia che riportava alcuni passi della Critica della ragion pura di Kant, mi sono immediatamente reso conto che lì venivano definiti alcuni cardini metodologici direttamente attinenti al problema che avevo di fronte. Passai immediatamente allo studio completo delle principali opere di Kant, all'interno delle quali trovavo un mondo che mi era familiare. La sensazione di familiarità tra Kant e l'economia neoclassica era netta, ma era anche difficilmente descrivibile perché si trattava di un'affinità non connessa a temi o contenuti, ma ad un modo di ragionare, ad una struttura mentale. Inoltre, salvo qualche accenno generico e scarsamente documentato, nella letteratura che fino ad allora avevo avuto modo di esaminare non avevo mai ritrovato tale nesso, né tra i testi che dibattevano problemi metodologici, né tra gli storici del pensiero, né tra i sostenitori o i critici dell'economia neoclassica.
Dallo studio di Kant passai a quello di Hume per ricostruire l'origine di quel percorso di pensiero che, con continuità, da Hume conduce all'utilitarismo, poi all'inserimento dell'utilitarismo nelle discipline economiche col connesso spostamento del loro baricentro, fino all'economia marginalista, cosicché la rottura operata da Pareto nei confronti di quella tradizione poteva essere interpretata come uno spostamento dell'economia neoclassica su coordinate kantiane. Di conseguenza una serie di contrapposizioni teoriche che hanno contrassegnato e ancora oggi attraversano il dibattito economico - come quella tra vecchia e nuova economia del benessere, tra impostazione pigouviana e Coase, ed in genere tra i fautori della regolamentazione dei mercati e i sostenitori di principio del liberalismo economico - a mio avviso avrebbe potuto essere almeno in parte ricondotta ad una contrapposizione tra principi derivanti dalla filosofia di Hume e quella di Kant.

Le problematiche affrontate in questa fase delle mie ricerche vanno in una direzione diversa dall'evidenziazione, che comunque può e deve essere effettuata, di un contrasto tra metodo induttivo e deduttivo. Espongo perciò brevemente il punto, che ritengo originale, a partire dal quale ho potuto riferirmi a Kant per porre su basi diverse la mia osservazione sul carattere tautologico della proposizione relativa all'efficienza del mercato.
Come è noto, Kant modifica l'argomento di Hume secondo il quale tutte le nostre conoscenze deriverebbero da precedenti esperienze. Secondo Kant la nostra mente avrebbe invece a disposizione delle categorie a priori, antecedenti all'esperienza, che però si attiverebbero solo in occasione dell'esperienza che facciamo nel mondo. Respingendo appunto alcuni aspetti della posizione di Hume, Kant si chiede come siano possibili "giudizi sintetici a priori", cioè come si possano avere proposizioni interamente costruite a priori con un contenuto conoscitivo. Quindi distingue tra "proposizioni sintetiche" e "proposizioni analitiche": nelle prime l'attributo della cosa ne definisce una qualità, mentre nelle seconde l'attributo rimane all'interno del concetto della cosa. Esempio delle prime è la proposizione "i corpi sono pesanti" in quanto la pesantezza non è di per sé implicita nel concetto di corpo; esempio delle seconde è la proposizione "i corpi sono estesi" in quanto invece l'estensione è già di per sé definita dal concetto di corpo. Le prime avrebbero valore conoscitivo, le seconde no. Sulle prime si basa la conoscenza dei fenomeni, cioè la scienza, sulle seconde la religione e la morale. Senza accennare ora a come la filosofia del linguaggio ha dibattuto sul valore conoscitivo delle proposizioni analitiche, mi preme qui sottolineare che il mio argomento relativo al carattere tautologico della proposizione relativa all'efficienza del mercato trova una connessione con degli enunciati a cui Kant negava valore conoscitivo.
Ora, se per un verso Kant nega valore conoscitivo alle proposizioni analitiche, nella Critica della ragion pura egli propone invece una definizione del campo di ciò che è conoscibile e del modo con cui conosciamo le cose che trova corrispondenza nelle scelte metodologiche delle discipline economiche. Kant infatti, con la distinzione tra "fenomeno" e "cosa in sé" relega la cosa in sé all'inconoscibile e propone un particolare modo di conoscere i fenomeni che in un noto passo viene così descritto:

"E' venuto il momento di tentare una buona volta, anche nel campo della metafisica, il cammino inverso, muovendo dall'ipotesi che siano i fenomeni a dover regolarsi sulla nostra esperienza; ciò si accorda meglio con l'auspicata possibilità di una conoscenza a priori degli oggetti che affermi qualcosa nei loro riguardi prima che ci siano dati" (Kant I., Critica della ragion pura, [B XVI]).

La filosofia kantiana organizza quindi un orientamento del soggetto nel mondo basato su di un ideale "regolativo" della ragione, cioè sullo "io penso" come presupposto, come "a priori" che precede e organizza l'esperienza e quindi la conoscenza umana. In altri termini la ragione organizza e proietta i propri schemi ed è sottratta all'esperienza in quanto ne costituisce piuttosto il presupposto.
Vi è in Kant un forte elemento religioso in quanto la ragione, sottratta all'esperienza sensibile, avvicina l'uomo a Dio. Nella Critica della ragion pura, e in modo parzialmente diverso nella Critica del giudizio, l'idea dell'Essere Supremo è un principio "regolativo", un'ipotesi appunto, che ci serve per pensare al mondo dei fenomeni come se fosse programmato da un essere superiore. Ma, sintetizzando un tema piuttosto complesso, questo stesso principio regolativo della ragione che, sottratto alla sensibilità, organizza i nostri schemi razionali e ci consente di affrontare lo studio dei fenomeni, nella Critica della ragion pratica diviene un principio "costitutivo", cioè crea uno spazio vuoto all'interno del quale l'uomo è libero di definire i propri imperativi morali. Riprendendo quindi il tema dell'analiticità, quelle proposizioni prive di valore conoscitivo, quello spazio vuoto tolto alla sensibilità e all'esperienza, cioè la "non conoscenza", torna utile per realizzare la libertà e la moralità dell'uomo.
Il nesso tra l'economia neoclassica e la filosofia kantiana viene a costituirsi nel momento in cui la prima, con l'abbandono della tradizione classica e dei connessi problemi "metafisici" come quelli del valore, ha rigorosamente delimitato il suo campo di indagine a quei fenomeni fisico-meccanici che risultano conformi a degli schemi logici puramente razionali, schemi peraltro definiti "a priori", cioè non ricavati dello studio dei fenomeni ma nei quali la complessa realtà dei comportamenti degli individui e delle imprese, ed in genere del sistema economico, viene forzata. Più in particolare, la critica che Pareto ad esempio espone nei confronti della tradizione utilitaristica che riteneva possibile effettuare confronti interpersonali di utilità si sostiene proprio con l'argomento secondo il quale tali confronti non poggerebbero su alcuna base scientifica; essa può quindi essere posta in relazione al criterio kantiano che limita il campo di ciò che è conoscibile al "mondo dei fenomeni", cioè a ciò che è riconducibile a precise unità di misura. Anche la ricerca ossessiva della misurabilità e l'uso della matematica come criterio di scientificità e principale strumento metodologico trova un corrispettivo in Kant, che considera la matematica la regina delle scienze sia perché a suo avviso essa costruisce i propri concetti senza l'ausilio di alcuna esperienza, sia perché ha l'assoluta certezza delle proprie dimostrazioni. Ma l'economia politica, nel momento in cui elimina dal centro delle sue riflessioni, in quanto "metafisica", l'esplicita trattazione di una serie di problemi sociali e politici che costituivano l'asse delle riflessioni del periodo classico, per strutturarsi e definirsi come "economia pura" attorno a dei criteri di pura logica formale, si ritrova in un'altra più pericolosa forma di "metafisica". Infatti la proposizione relativa all'efficienza dei mercati viene a costituirsi come un ideale "regolativo" sottratto alla verifica perché a carattere tautologico (o "analitico" che dir si voglia). Esso struttura il corpo centrale di quella parte dell'economia neoclassica che sostiene i principi del libero mercato, condizionando e facendo ruotare gran parte del dibattito economico attorno ad una proposizione non sottoponibile a critica, che diviene poi un principio "costitutivo" quando si tratta di basare le politiche pubbliche su quello che appare come un risultato scientifico ma invece è un presupposto.
Quindi, così come per Kant lo studio dei fenomeni fisico-meccanici è organizzato in funzione di un presupposto al contempo religioso e razionale sottratto ad ogni empirismo, che poi, nella ragion pratica, realizza la libertà e la moralità dell'uomo, nell'economia politica neoclassica il logicismo estremo e il formalismo che sempre più caratterizzano il dibattito si trovano a ruotare attorno ad un enunciato analitico privo di valore conoscitivo e sottratto ad ogni verifica, che poi viene a costituirsi come fondamento delle politiche del liberalismo economico.

Ho voluto descrivere molto sinteticamente l'asse delle mie riflessioni per giustificare un percorso di ricerca che altrimenti risulterebbe sconnesso e non attinente alla mia materia. La complessità del tema ha infatti imposto un notevole ampliamento delle mie attività esponendomi, per uscire da una visuale troppo ristretta, al rischio opposto della dispersione. Rischio che ho deciso di affrontare, consapevole del fatto che il problema del giusto equilibrio tra approfondimento del proprio specifico campo di ricerca e studi a carattere generale non può mai esser dato per risolto1 . Attorno a quest'asse ho perciò svolto alcuni studi sui seguenti temi, in gran parte direttamente sui testi degli autori:
1) il rapporto tra Kant e l'illuminismo; oltre che con Hume, con Rousseau, Voltaire, Diderot, Condillac etc.
2) Il problema dell'analiticità e della filosofia del linguaggio, che si intrecciano con quelli relativi allo status della matematica: Frege, Wittgenstein, qualcosa di Carnap e Russell, Quine e la filosofia analitica. Decisivo per la comprensione di quest'ultima, che sostiene il valore conoscitivo dell'analiticità, è risultato lo studio di Heidegger. Coprire il percorso filosofico da Kant ad Heidegger ha richiesto lo studio di Fichte, qualcosa di Hegel, Schelling, Schopenhauer, Nietzsche (questi ultimi non sono riportati nella bibliografia perché troppo fuori dall'asse principale delle ricerche di questo periodo).
3) Ho ripreso alcuni testi di storia del pensiero economico, di metodologia delle scienze economiche, ed alcuni studi sulla tradizione utilitaristica. Di interesse è risultata la lettura di un volume di G. Frongia che ricostruisce gli influssi kantiani su J. S. Mill. Dato che Mill si colloca tra la fine dell'economia classica e la "rivoluzione marginalista", e sul piano metodologico, pur richiamandosi alla tradizione utilitaristica opera significative aperture nei confronti del metodo kantiano, in questo volume ho trovato alcuni elementi di sostegno alla mia tesi.
La vastità della problematiche affrontate non mi consente, al momento, di produrre un lavoro a carattere definitivo. Una pubblicazione preliminare, che compone alcuni spunti derivati dalla ricerche svolte in questo triennio con ricerche precedenti, è prevista per il 2003.

Nota 1. Come già accennato, questo allargamento dei mio campo di ricerca è anche il risultato della necessità di rispondere, non solo sul piano legale, alla mancata conferma in ruolo. Voglio qui ricordare che la prima Commissione nazionale aveva censurato le mie pubblicazioni in quanto "prive di argomentazioni analitiche (...) e centrate esclusivamente sull'analisi critica", in palese contrasto con "la libera scelta dell'oggetto e del metodo di indagine" (Statuto dell'Università di Firenze), e che l'ultimo verbale della seconda Commissione si sostiene richiamandosi anche a questo giudizio.

(dicembre 2002)

Attività di ricerca 1996-1997

L'attività di ricerca da me svolta nel biennio 1995-97 è risultata centrata essenzialmente sulle tematiche del costo sociale, articolandosi in due direzioni. Un primo filone di ricerca muove da alcune considerazioni relative alla definizione paretiana dell'efficienza e alle sue applicazioni ai problemi del costo sociale. Questo filone di ricerca ha prodotto tre lavori: "La teoria economica e il costo sociale. Una critica all'impostazione liberista", Dipartimento di Economia Pubblica, Materiali di discussione n. 29, Roma 1996; "Il diritto nell'economia di mercato", Queste Istituzioni, n. 105, 1996; "Il criterio paretiano e le esternalità come assenza dei mercati: un'analisi critica", dattiloscritto in corso di pubblicazione su "Credito Popolare".Un secondo filone di ricerca investe invece alcuni problemi a carattere empirico relativi alle stime dei costi sociali nel settore elettrico e alle prospettive di una loro riduzione. I risultati sono presentati in: "Il settore elettrico e l'incentivazione delle fonti rinnovabili: problemi di stima della riduzione dei costi sociali", in Marzano F. (a cura di): "Tre saggi di economia dell'ambiente: problemi teorici ed applicazioni empiriche all'economia italiana", La Sapienza Editrice, Roma 1998.Il primo gruppo di lavori muove da una tesi in conseguenza della quale viene proposto uno spostamento di prospettiva circa il significato della definizione paretiana dell'efficienza economica. A partire dall'osservazione della coincidenza tra ottimo paretiano ed equilibrio nello scambio, e tra inefficienza paretiana ed esistenza di margini di guadagno negli scambi, nei lavori si sostiene una tesi secondo la quale definizione paretiana dell'efficienza può essere considerata come la definizione logica dei rapporti sociali di mercato. Attraverso l'analisi del dibattito sul problema del costo sociale e delle sue applicazioni a problematiche esterne al campo specifico dell'economia, vengono poi mostrate le conseguenze della accettazione di questa definizione dell'efficienza sia per la teoria economica, sia per la sua posizione rispetto alle altre discipline sociali.In particolare, nel saggio "La teoria economica e il costo sociale: una critica alla impostazione liberista", dopo aver sinteticamente ricostruito i presupposti in conseguenza dei quali l'economia si è costituita come disciplina autonoma dalle altre discipline sociali, viene svolta un'analisi finalizzata a rintracciare il ruolo di tali presupposti nell'ambito del dibattito neoclassico sulle problematiche delle esternalità. Vengono quindi proposte alcune osservazioni relative al rapporto tra economia e politica che consegue all'applicazione della definizione paretiana dell'efficienza e alla proposizione del riferimento al mercato anche per le tematiche del costo sociale.In sintesi nel saggio viene messo in evidenza come l'applicazione del criterio paretiano (cioè di un criterio logico ripreso dai rapporti sociali che si stabiliscono in modo specifico nel mercato) a delle problematiche esterne al mercato, tradizionalmente affrontate con strumenti di tipo giuridico, si risolva nella proposizione di un sistema di "scambi imposti" regolati sulla base delle potenziali capacità di pagamento delle parti. Si ravvisa cioè un esito antitetico alle originarie finalità del criterio paretiano stesso che, in sostanza, avrebbe dovuto escludere dall'ambito della teoria economica la possibilità di effettuare confronti interpersonali.L'analisi del dibattito economico sulle esternalità svolta nel par. 2.2 del lavoro sopra indicato è sviluppata in modo più approfondito e articolato nel saggio "Il criterio paretiano e le esternalità come assenza dei mercati: un'analisi critica". Questo saggio ripercorre alcuni passaggi essenziali di tale dibattito, focalizzandosi sul problema del confronto tra l'impostazione pigouviana e quella coasiana. Dopo aver posto in evidenza alcune incongruenze logiche connesse al teorema di Coase e alla spiegazione delle inefficienze in termini di "assenza dei mercati", si argomenta che, in ultima istanza, le divergenze tra i due approcci devono essere ricondotte ad una divergenza nei presupposti relativi al ruolo del sistema di mercato ed alla sua posizione nella società.Infine il saggio "Il diritto nell'economia di mercato" discute degli sviluppi del teorema di Coase nell'ambito dell'analisi economica del diritto.In sintesi, muovendo dal riesame della definizione paretiana dell'efficienza e dall'analisi degli elementi essenziali del dibattito teorico sulle esternalità, nei lavori viene proposta una valutazione critica del significato e della rilevanza del primo teorema dell'economia del benessere. Su questa base viene poi effettuata una lettura diversa dall'usuale del problema del rapporto tra efficienza economica ed equità: le scelte collettive non operano un trade-off, cioè uno scambio dell'una con l'altra, come vorrebbe l'impostazione convenzionale, ma sono terreno di contrapposizione tra le differenti modalità di rapporto sociale insite nel sistema di mercato da un lato, nella struttura dei diritti connessa al sistema politico e alla sfera giuridica dall'altro.Il secondo filone di ricerca, sviluppatosi nel periodo più recente, si è indirizzato verso l'analisi delle problematiche del costo sociale in termini empirici, valutando in particolare le potenzialità ed i limiti delle analisi costi-benefici applicate al settore della generazione di energia elettrica. Questo filone di ricerca ha prodotto il saggio "Il settore elettrico e l'incentivazione delle fonti rinnovabili: problemi di stima della riduzione dei costi sociali". Nel saggio sono dapprima quantificate, in termini fisici e monetari, le esternalità connesse alle tecnologie convenzionali. Vengono quindi effettuate alcune previsioni sulla loro riduzione in seguito alle modifiche nell'offerta stimolate dall'introduzione di un meccanismo di incentivazione che favorisce alcune tecnologie a minor impatto ambientale.Accanto all'analisi quantitativa, il lavoro propone una discussione sulle origini delle difficoltà relative alle applicazioni al settore elettrico delle tecniche di monetizzazione dei costi sociali, mostrandone i margini di incertezza. Ponendo in evidenza i limiti dei tentativi di calcolare un costo di produzione del kWh comprensivo di tutti i costi sociali, si suggerisce la necessità di confrontare le alternative tecnologiche rispetto alla loro capacità di conseguire alcuni obbiettivi finali di politica energetica e ambientale. In relazione a ciò, nella parte conclusiva del saggio si avanzano alcune proposte di modifica nell'impostazione del sistema di incentivazione delle nuove tecnologie.